Lo sviluppo delle collezioni nelle biblioteche pubbliche. Parte 2

Da un approccio collection-centric a uno citizen-centric

Dopo una panoramica sulla situazione attuale delle biblioteche pubbliche uno sguardo più approfondito sulle collezioni. Riportiamo la seconda parte dell'intervento della dott.ssa Sara Dinotola, Biblioteca di Bolzano, al Convegno delle Stelline 2019 LA BIBLIOTECA CHE CRESCE intitolato Lo sviluppo delle collezioni nelle biblioteche pubbliche: verso una citizen-centric-library.

"Nonostante le collezioni figurino come un elemento che caratterizza ancora la biblioteca pubblica, esse sono state considerate in modo marginale all’interno dei modelli che sottolineano le funzioni sociali e di spazio aggregativo della biblioteca. Al di là delle ancora poche proposte che si focalizzano sulle collezioni, su cui ci soffermeremo più avanti, in letteratura prevale un’impostazione che tende a escludere la centralità delle raccolte all’interno di una rinnovata biblioteca pubblica, partendo dal presupposto che ormai l’accesso alle informazioni e alle fonti della conoscenza può avvenire attraverso canali alternativi alle biblioteche e che esse devono concentrarsi soprattutto su funzioni diverse dalla mediazione. In base a questa visione, proprio la negazione del valore delle collezioni, o per lo meno un forte ridimensionamento del loro ruolo, è considerato come uno degli elementi di cambiamento necessari per determinare un allontanamento dalla biblioteca tradizionale, in cui, invece, le raccolte occupavano la maggior parte degli spazi e al loro sviluppo e alla loro gestione veniva dedicata una grande attenzione. Ma tale discorso, a mio avviso, non tiene conto del valore che le collezioni possono ancora continuare a rivestire.

Anche in questo caso sarebbe preferibile un approccio che sia in grado di rifuggire dall’eccessiva semplificazione della realtà e che ponga al centro il tema dell’identità plurale della biblioteca pubblica a cui poc’anzi abbiamo fatto riferimento. Se l’obiettivo della biblioteca pubblica è quello di promuovere lo sviluppo culturale, personale e sociale di ogni cittadino, le collezioni possono certamente diventare uno dei mezzi per raggiungerlo.Tuttavia, per fare in modo che ciò avvenga, deve concretizzarsi un importante cambiamento, sia a livello di speculazione teorica che di realizzazione pratica: non è più opportuno guardare alle collezioni in termini assoluti, senza riferimento allo specifico contesto in cui la biblioteca si colloca, in quanto l’abbondanza di documenti da sola non basta. In altre parole, se fino al XX secolo le biblioteche erano istituzioni centrate prevalentemente sulla raccolta, in cui prevaleva l’attenzione al criterio quantitativo (bigger is better) e si puntava, seppur in modo spesso utopistico, all’esaustività in termini assoluti, oggi, non solo per i limiti legati alle risorse economiche e allo spazio e per la diffusione delle risorse elettroniche, ma soprattutto perché le funzioni della biblioteca pubblica si stanno ampliando e stanno abbracciando sempre di più la sfera sociale, oltre che culturale, l’aspirazione è quella di mettere a disposizione delle responsive collections. I bibliotecari, quindi, dovrebbero concentrare i loro sforzi nello sviluppo di collezioni che sappiano veramente porsi al servizio dell’utenza (reale e potenziale) e delle rispettive esigenze, partendo dal presupposto che le biblioteche e le collezioni non sono fini a se stesse e hanno valore soltanto all’interno della comunità di riferimento.

Per questo le collezioni diventano un servizio per la comunità (collection as a service) e dunque anche uno strumento attraverso cui concretizzare i molteplici fini strategici della nuova biblioteca intesa in senso sociale. Infatti, come efficacemente sottolineato in un recente contributo di due studiosi svedesi, se si vuole porre l’accento sulla biblioteca pubblica come luogo di socializzazione, di apprendimento, di incontro e di scambio, non bisogna concentrarsi solo sull’infrastruttura (gli spazi, appunto), ma anche sul contenuto, rappresentato in gran parte proprio dalle collezioni – intese in senso molto ampio – che si affiancano agli altri servizi e connotano ancora fortemente la biblioteca, permettendone una diversificazione da altri luoghi sociali. Inoltre, se le collezioni sono sviluppate su misura della comunità (tailored community resource), può aumentare l’accountability delle biblioteche e diventa più facile giustificare la necessità di continuare a finanziarle con fondi pubblici.

Dunque, è fondamentale che la discussione sulla biblioteca come spazio sociale si occupi anche delle collezioni, non limitandosi a sottrarre loro significato, ad esempio sostenendo la necessità di liberare lo spazio occupato dagli scaffali per destinarli ad altri usi, ma ponendosi anche in modo propositivo, per riflettere su come le collezioni, nelle loro forme sempre più variegate, possano aiutare le biblioteche a svolgere le loro funzioni. Ed è per questo che risulta troppo facile e soprattutto poco proficuo ragionare in termini oppositivi: funzioni tradizionali di mediazione vs funzioni più prettamente sociali, possesso vs accesso, scaffali vs spazi liberati e destinati ad altri usi. Nella biblioteca pubblica contemporanea, proprio perché la sua identità è plurale e non classificabile in modo univoco, ognuno di questi elementi convive con gli altri e le proporzioni devono essere stabilite di volta in volta a seconda degli specifici contesti e delle caratteristiche dell’utenza. Andare incontro alle esigenze degli utenti, però, non significa lasciarsi semplicemente guidare dalle richieste del momento, bensì mettere in atto un processo sistematico basato su metodologie rigorose. Anche nell’ambito dello sviluppo e della gestione delle collezioni occorre una nuova progettualità, che possa aiutare i bibliotecari a definirne priorità e strategie e che possa trovare la sua esplicitazione in un documento come la carta delle collezioni.

Il lavoro propedeutico a quello programmatico è rappresentato dall’analisi interna (collezioni) ed esterna (contesto e utenza): la cultura della valutazione non è una novità per le biblioteche, infatti è stata già fortemente auspicata dalla biblioteconomia gestionale e messa in pratica tramite il ricorso a metodi di valutazione di tipo quantitativo e qualitativo centrati sulle raccolte, in grado di far emergere sia le peculiarità delle raccolte e i livelli di approfondimento raggiunti nelle diverse aree disciplinari, sia di analizzare l’uso, la qualità del servizio e la soddisfazione degli utenti. A integrazione di questi metodi, in letteratura si sostiene a ragione l’opportunità di valorizzare sempre di più un approccio di tipo qualitativo e narrativo, attraverso il ricorso a metodi mutuati dalle scienze sociali, come interviste in profondità e focus group, al fine di concentrare l’attenzione sugli aspetti emozionali e sulle percezioni del potenziale pubblico della biblioteca.

Questo approccio misto può essere senza dubbio utile anche in riferimento alle collezioni, in quanto permette di porre al centro della programmazione dello sviluppo documentario le persone, siano esse utenti reali o potenziali, di coinvolgerle attivamente in questo processo e di interpretare con una maggiore consapevolezza i risultati scaturiti dall’analisi di tipo quantitativo. Dunque, alla base della nuova impostazione prospettata nell’ambito dello sviluppo documentario si pongono da un lato una comprensione più profonda dei cambiamenti in atto e del contesto in cui la biblioteca opera e dall’altro la ridefinizione, secondo un’ottica integrata e non autoreferenziale, del rapporto tra i bibliotecari, gli utenti, i fornitori e gli altri protagonisti del mondo della conoscenza (in primis le altre biblioteche del territorio): tutti devono collaborare per il raggiungimento degli obiettivi della rinnovata biblioteca pubblica.


Pubblicato in CONOSCENZE il 16/12/2019